. polvere

ho la tremenda sensazione di non star combinando nulla nella mia vita..
e non parlo della mia vita nel suo complesso, ma parlo della quotidianità.
lavoro, studio.. quasi controvoglia, come se tutto fosse un obbligo.

vivere il giorno giusto per arrivare alla sera?

mah. mi sento un pò sola.
e apatica, sconclusionata, inerme.
sarà la primavera?

. quaderno della morte


Tic tac tic tac

Crono ci sfugge e ride di noi. Aspettiamo impotenti che le ore corrano via, che un cambiamento inciampi nella nostra strada, che l’entusiasmo ci stringa le dita.

Sto leggendo Death Note. Fumetto geniale, chiaramente made in Japan (come tutto quello che usiamo praticamente). In sintesi, racconta la storia di uno studente modello che, casualmente, si ritrova tra le mani un quaderno molto speciale. Questo quaderno, il Death Note per l’appunto, è stato “buttato” sulla Terra da un Dio della Morte di nome Ryuk. Il Death Note permette al ragazzo di far morire chiunque egli decida, e gli permette inoltre di decidere le condizioni in cui avverrà la morte (a patto che conosca il nome e il volto del condannato).

Dopo aver girato l’ultima pagina del primo volume, mi sono immediatamente chiesta quale sarebbe la mia reazione se ritrovassi tra le mani uno strumento di quella portata.


La prima vera domanda che mi sono posta è stata: chi farei morire?

Non mi sono chiesta se sarei sufficientemente coraggiosa per utilizzarlo, o se avrei consultato qualcuno prima di adoperarlo, o se la mia coscienza ne avrebbe risentito in alcun modo. Come dice il protagonista, in superficie ognuno di noi tende a costruire una maschera di scena che ci fa inorridire di fronte a prospettive macabre o teoricamente amorali. Ci mostriamo contriti e sconvolti di fronte a un omicidio avvenuto tra le mura domestiche, a un tsunami in qualche nazione in giro per il mondo, alla stagionale strage delle foche. Leggiamo il blog di Beppe Grillo, su FacciaLibro siamo vicini alle vittime del terremoto in Abruzzo, facciamo la raccolta differenziata per salvaguardare l’ambiente. La verità è che di

Tutto questo

Non ci importa.

Leggiamo i quotidiani e guardiamo i telegiornali che ci consegnano ogni giorno qualche succulenta notizia di cronaca nera, impacchettata e indorata. Cadavere di donna ritrovato a pezzi nella cassetta della posta. Ragazzino picchiato e seviziato dallo zio. Neonato privo di vita rinvenuto in un sacchetto di plastica in un parcheggio. Ah, chiaramente tutti i video su TuTubo.

Ci ingozziamo di questi orrori, adoriamo conoscerne i dettagli più sanguinolenti, facciamo vere e proprie scorpacciate. Poi facciamo un bel ruttino e andiamo a vedere la partita. Atalanta: ADOMA CASòT. E tanti saluti alla ragazzina rinchiusa in cantina e stuprata per vent’anni dal padre.

Dimentichiamo tutti questi fattacci nel giro di una manciata di secondi, ed il nostro sentito orrore lo mettiamo nella lavastoviglie insieme ai piatti. Siamo fagocitati da una società completamente priva di etica, e siamo regolati in modo tale da simulare sincero cordoglio con la data di scadenza. Non più di 12 secondi.

Ci proclamiamo contro la pena di morte e attacchiamo fazzoletti bianchi allo zaino del liceo.

Ma voi, se davvero poteste, se aveste in mano il quaderno della morte…

Lo lascereste inutilizzato?

 

Io non credo. Probabilmente non verrei travolta dall’ondata di megalomania che pervade il protagonista del fumetto, non mi priverei del sonno pur di diventare la Dea della Giustizia, ma qualcosa (o più) o lo farei.


In primis: abracadabra, AZZERARE I VERTICI.

Via il nano malefico (manco le maiuscole si merita) e tutto il suo corteo di pagliacci. Via i sindaci, via gli assessori, via i ministri, via i senatori, via i presidenti, via i dittatori. Si riparte da zero, con la classe dirigente tenuta a togliersi le fette di salame dagli occhi.


Due: adiòs PAPA NAZINGER.

E ovviamente tutti i suoi tirapiedi. “Cloro al clero” scrivevo sul diario del liceo, e già seminavo con cura il pensiero radicale che ora guardo con orgoglio. Via quell’impalcatura di sentenze che è la chiesa, via i loro giudizi e il loro odio verso il diverso, via la loro intolleranza e la loro incalcolabile influenza sulla società. Via la loro condotta anacronistica, via la loro opulenza, via tutti i loro sotterfugi via tutto il male che covano, e via quei luridi porci che si divertono con i chierichetti nelle sagrestie.


Tre: CORONA, VELINE, LECCISO & cazziemazzi? Sciò.

Guanti di gomma e spazzolone in mano, gratterei via tutta quella muffa che invade le cucine e i salotti degli italiani (e non solo). Via tutta quell’ignoranza spalmata negli occhi dei telespettatori sorridenti, via quei corpi di plastica oliati e gonfiati, via tutti questi eroi della nuova generazione. Via Amici, via X factor, via il Grande Fratello, via l’isola dei famosi, ma via anche Striscia la Notizia, via Sanremo, via Studio aperto, via tutti quei programmi scaduti e raggrumati come il latte cagliato. Via tutte ste tettone che urlano come aquile, via tutti questi opinionisti, capaci solo di imbottire la gente di pettegolezzi, cattiverie, e soprattutto IGNORANZA. Tanta bella ignoranza con cui farcire gli italiani a mò di oca natalizia. E loro ci mangiano con tutte queste oche. E pure in ristoranti di lusso, con le escort e il SUV.


QUATTRO: disinfestazione delle colonie di PARASSITI.

Perché per tanta, troppa gente, non c’è speranza di redimersi dall’ignoranza ingollata nel corso degli anni. O forse, poveretti anche loro, non hanno ricevuto la giusta quantità di neuroni alla mensa encefalica. Ma c’è troppa gente che al posto della materia grigia ha l’olio delle scatolette di tonno. La gente STA MALE. E FA DEL MALE.


Certo che di lavoro ce ne sarebbe da fare. E sicuramente mi lascerei prendere la mano: finirei per dar sfogo ai miei personalissimi fastidi: via tutti i palloni gonfiati che si comprano il suv e ti stanno a 2 centimetri in superstrada, via le vecchie che ti prosciugano i nervi se non concedi loro il posto sul pullman, via quei professori che ti fanno fare 4 ore di viaggio per poi non presentarsi in aula. E qui mi fermo altrimenti riempio altre cento pagine.

Vi starete chiedendo: e tu dove prenderesti il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male per la società e il mondo intero? Ti sentiresti una divinità in possesso della conoscenza assoluta del bene e del male?

No, non mi sentirei tale. Ma se avessi un Death Note, lascerei sul comodino, almeno per un po’, la mia maschera di scena, e non fingerei di essere dispiaciuta per la morte di persone con cui non ho mai parlato e mai parlerò, a cui non son mai stata vicina, che non ho mai conosciuto e che non mi hanno mai dato nulla. Agirei spinta da sano e umanissimo egoismo.

Chissà se questo intervento verrà censurato, o se l’FBI mi metterà in uno di quei fascicoli di cui parlano sempre nei film. Sapete.. mi annoiavo. 

. far


away
away
away
away

via da tutto quello che mi inacidisce il sangue.

. ustione


Coincidenze che mi fanno bruciare la pelle
Istanti che mi fanno tremare i neuroni
Incontri brevi e zeppi di domande taciute
Interrogativi che si fanno strada nella pancia
Che sbucano come insetti nella polvere
Il fastidio che corre rapido nelle arterie
Filtra nella carne e affiora sul derma
Vertigini socchiuse, nausea accennata
Le ossa del petto si fanno più strette
Una gabbia di cartilagine e resina
Antichi dubbi che tornano a marciare
Eterne incomprensioni che rodono le pagine del nostro racconto
E lei, immancabile megera dalla lingua sottile
Al posto del sorriso vedo il marcio
E la tua finta premura alimenta il mio disprezzo

Fuori dalla mia vita, fuori dalla sua
FUORI DALLA NOSTRA

Forsi i patti non erano dettati con chiarezza
o forse erano solo nella mia testa

Ma questa questione non si è estinta
e la rabbia continua a consumare le pareti
Dentro la mia testa, dentro la mia testa
Lastroni di marmo e ghiaia fra i denti
A soffocare costruzioni di insulti e cattiverie
che vomiterei qui, ora, in faccia a te.

. necrosi


E ci sono momenti in cui vorresti far crollare i muri della stanza a testate, in cui prenderesti la testa del primo stronzo che passa di lì e la scaraventeresti contro quel cestino della spazzatura, in cui prenderesti il cellulare e lo prenderesti a martellate fino a vedere ogni sua microscopica parte frantumata e allontanata.


Momenti in cui sei talmente stanca che prenderesti una vanga e ti sotterreresti da sola in qualche angolo di terriccio morbido e umido, per poter urlare con la terra in bocca e sfinire i polmoni, per poter dormire in un letargo senza sogni, per poterti svegliare con la voglia di guardare ancora una bocca parlare.


Attimi in cui nulla guadagna senso, in cui ti guardi attorno e ti senti così sola da voler morire, in cui ti senti occhi e gola bruciare dal nervoso, tanto è il fastidio che ti sale dalle viscere e che ti riempie ogni capillare. Rapido e letale, ti annebbia il pensiero e ti rende cinica, violenta, una bomba a mano, con i nervi visibili ad occhio nudo e un cipiglio perenne.


. inquietudine, inquietudine

Siamo parti di un meccanismo necessario che odiamo tutta la vita

 - in mezzo ai fastidi con il solo scopo di crearne altri? -

studiare per lavorare
lavorare per comprare
comprare per dover lavorare ancora di più
lavorare di più per vivere perennemente stanchi
vivere stanchi per non aver voglia di pensare
non pensare per non morire di consapevolezza
rimanere ignoranti per portare avanti il preciso meccanismo
che macina e macera il mondo da millenni

ci circondiamo di oggetti e legami che non servono, che soffocano lo spazio dell'immaginazione

tutto è preconfezionato, compresi gli anni della tua vita: te li vendono in pacchetti che tu dovrai solo pagare, scartare, posizionare. 

non devi pensare a come vivere la tua vita
qualcuno l'ha già fatto per te

sei la casella di un mosaico che puoi solo intuire, ma in ogni caso nessuno ti darà mai motivo per farlo.
- schiavi della materia, dell'oggetto, della massa-

siamo silenziofobici, feticisti della cacofonia, vogliamo qualcosa che ci riempia i timpani e neuroni da mattina a sera .. nessuno spazio all'ingrato compito di ritrovarti solo con la tua testa, guai se potessi mai PENSARE


inquieta, inquieta
l'autunno si fa sentire e marcia sulle nostre abitudini -sul nostro ottimismo-
agitata, frustrata

ho bisogno di lui in parte a me, tutto il resto non conta . . 

. ritorno al grigio


Il calore della spagna, della sua gente, delle sue tapas. Le onde gelide di Malaga, le sue viuzze attorcigliate, le passeggiate sul porto. La cattedrale mastodontica di Siviglia, i suoi aranci, i suoi pomeriggi torridi. Le interminabili camminate con lui, gli innumerevoli baci, gli occhi stanchi ma felici, il sonno mano nella mano.


Una settimana

Sette giorni
Centosessantotto ore

Diecimilaottanta minuti


Convivenza al sapore di melograno, rapida e sfuggevole. Una manciata di giorni, e perdersi sempre di più dentro questa storia, dimenticarsi di se stessi in quanto unità, in quanto cellula. Fondersi non è mai stato così naturale, e così dolce. E poi tornare qui, davanti al computer, fuori la pioggia instancabile, il grigio che non si arrende, le pozzanghere che si mangiano le strade e i prati. I genitori che fanno domande a cui non voglio rispondere, descrizioni e racconti che non voglio regalare. Persone che non ho voglia di rivedere, gli stessi noiosi posti che non voglio tornare a frequentare, squallore e ipocrisia che i muri trasudano. I treni luridi per la grigia Milano, il Mac sempre acceso, le giornate che iniziano con il buio e finiscono con la tenebra (dimentico il colore del sole).I soldi che mancano sempre, loro che urlano sempre. Togliere la canfora da cappotti, sciarpe, guanti. E il fottuto ombrello giallo.

Vederlo poco, sentirlo stanco. Dover giustificare a loro dove, come, quando.
Vederci in case che non sentiamo più nostre, far l’amore di sfuggita in taverna (attento, hai sentito?) o scappare a rifugiarsi nel nostro angolo, che puzza di fumo ma è più accogliente di qualsiasi altra stanza. Troverò pace ancora in quegli istanti rubati tra un giorno e l’altro, tra un lavoro e uno studio, tra un po’ di stanchezza e un po’ di evasione.

Benvenuto autunno
Sbrigati a scorrere.